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Misteriose rovine in stile Nazca trovate in Arabia Saudita con Google Stampa E-mail
È il sogno di ogni archeologo dilettante fare una scoperta clamorosa sfuggita ai professionisti, e oggi grazie all'informatica e in particolare a Google Earth questo sogno può diventare realtà. È successo all'australiano David Kennedy, dell'Università di Perth, che senza neanche spostarsi da casa ha scoperto in Arabia Saudita le rovine antichissime di strutture che somigliano a quelle delle celeberrime linee di Nazca in Perù. La forma di queste rovine saudite, infatti, è apprezzabile soltanto dal cielo, come quelle peruviane. Dal suolo sono sostanzialmente invisibili.

C'è chi si è spinto a dire che si tratta di opere extraterrestri, perché sarebbero impossibili da realizzare senza poterle vedere dall'alto, o perlomeno che si tratta di strutture dedicate a visite di alieni; congetture interessanti ma per ora prive di prove oggettive.

Invece la scoperta di Kennedy è oggettiva ed è anche sostanziosa: circa 2000 siti archeologici, sparsi in tutta la penisola araba, contenenti quelli che Kennedy chiama "aquiloni": strutture in pietra, con una testa grosso modo circolare e una coda lunga centinaia di metri. Ci sono anche forme simili a ruote, con diametri da 20 a 70 metri.

In realtà sarebbe più corretto parlare di riscoperta, perché queste rovine furono viste per la prima volta da un pilota della RAF, Percy Maitland, nel 1927, ma finora nessuno le aveva mai documentate così bene come Google, che al momento è l'unica fonte di immagini ad alta risoluzione delle strutture. Secondo i beduini della zona sarebbero state costruite dagli “uomini antichi”. Stando ad alcune stime archeologiche, risalgono a circa 2000 anni fa, ma potrebbero avere anche 9000 anni.

Nessuno sa, per ora, quale fosse lo scopo di queste strutture, denominate geoglifi. C'è chi ipotizza che gli “aquiloni” fossero delle grandi trappole senza uscita nelle quali venivano convogliati gli animali per la caccia e che le ruote avessero una funzione religiosa. In ogni caso sono testimonianze affascinanti dell'ingegno umano, rese ancora più intriganti dal fatto che si trovano in zone pressoché inaccessibili e quindi visitabili solo virtualmente tramite Google Earth. I dettagli sono nel Journal of Archeological Science di maggio 2011; su New Scientist c'è una galleria d'immagini.

Articolo di Paolo Attivissimo
Fonti: CBS News, New Scientist
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