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Storia di un “hackeraggio epico”, terza parte: i futili motivi |
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(segue dalla seconda parte) La beffa, per Mat Honan, arriva neanche un quarto d'ora dopo la prima avvisaglia d'attacco: qualcuno, su Twitter, rivendica l'incursione. Mentre Honan a fatica rimette insieme i pezzi della sua vita digitale passando ore al telefono con il servizio clienti di Apple, Twitter e Google, riesce a comunicare via Internet con l'aggressore, che si fa chiamare Phobia, e si fa spiegare le ragioni della devastazione informatica che l'ha colpito.
Il giornalista pensa di essere stato preso di mira per via della sua notorietà nel mondo digitale, ma Phobia gli rivela che il motivo è completamente diverso: all'aggressore piace il nome dell'account Twitter di Mat Honan perché è corto (@mat), e così ha deciso di prenderselo. La cancellazione dell'account Google di Honan e il blocco del suo computer, del suo smartphone e del suo iPad sono solo danni collaterali. Phobia, che dice di avere solo 19 anni, ammette che gli spiace che Mat abbia perso le foto della figlia.
Nel giro di poche ore la disavventura di Honan fa il giro del mondo informatico. Nei giorni successivi Apple e Amazon turano le falle nelle loro procedure di autenticazione messe in luce dall'attacco. Fa scalpore il fatto che Apple usi, per la verifica delle identità, proprio le quattro cifre del numero di carta di credito che Amazon invece ritiene così poco importanti da lasciarle in chiaro sul proprio sito. E Amazon non è l'unica società a usare quest'approccio alla sicurezza: queste stesse quattro cifre di solito vengono stampate senza mascherarle in ogni scontrino d'acquisto. Ma anche il giornalista ammette di avere una parte della colpa.
(continua)
Articolo di Paolo Attivissimo
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